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Tutor and Assistant. Dudley House Painting Class. Harvard University, Cambridge MA. 1993-95. Dudley House Exhibitions. Harvard University, Cambridge MA. 1993-95. Biennale della Pittura. San Demetrio Corone (Italy). 2003 & 2005. Paintings Spatula Paintings - Oil on Canvas
IL TURGORE DEL RACCONTO PITTORICO
Per anni, dopo le immagini stillanti luce di “Vjeshe Arbresh” (1999), Michelangelo La Luna si è tenuto dentro quel colore vivo, giovane, passionale. Era sangue caldo fluente della diaspora di un’etnìa, quella albanese, che si sostanziava ora del miele dolcissimo dei fichi sulle colline seccagne della terra calabra, ora si rinsecchiva nel freddo della lontananza e della morte o si liquefaceva nell’azzurro intenso del mare o infine esplodeva come mortaretti nei chicchi del melograno, seducenti come morsi acerbi di giovane donna. Poi, improvviso, il colore assunse ritmo spaziale, si diede regole nella campitura del quadro per sistemare emozioni, diventando racconto di idee e cose che bruciano di un fuoco più bianco, senza però rinunciare alla fresca luminosità di altri lavori. E, allora, sapientemente amalgamando, nel vertiginoso cromatismo, il lirismo primigenio, quasi stato evocativo, musicale, un’“improvvisazione” chopeniana, con la linea ferrigna,mossa,disperata a volta di Hemingway, nonché col vorticoso procedere di bolero di ravel e infine con la terra assolata, immemore dell’Andalusia di Lorca, Michelangelo La Luna ha raggiunto una rara immobilità drammatica, metafisica da cui è esclusa, come rischio di marciume, la presenza dell’uomo e della storia. Guardate le colline e i calanchi che ci riportano al sud e alla descrizione di Carlo Levi: gli alberi, nella spatolata grassa, assumono la consistenza dell’arazzo ,mentre il marrone della terra sconfitta dal sole cerca inutile refrigerio e una pioggia ristoratrice che mai giunge, giacché “ la morte si sconta vivendo”. È straordinario come Michelangelo sappia simulare in questo colore fermo, acceso, compatto e lussureggiante tutta la fatica e la precarietà del vivere e i buchi neri dell’anima. Anche quando il brillìo del colore rasserena e si distende in momenti idilliaci, sospesi nell’aria come volo di libellule, sente un’oscura minaccia come un pozzo profondo che repentinamente ingoia la luce. Michelangelo è ingordo di luce, di spazio, di tensione, di violare limiti proibiti: è l’inquietudine dell’intellettuale, è la diaspora duplice, del Sud e dell’etnia, è l’angoscia dell’uomo contemporaneo, che,mentre la tecnologia inneggia alla conquista dell’universo, si sente sperduto in questi spazi sterminati della mente, senza più coordinate e porto di approdo. Proprio per questo, il colore disciplinato dalla mente, per avere un ubi consistam e dare certezza morale, si apre, in quei rossi, colate di fuoco che incendia, a vistose macchie nere, come tarme o tumore nascosto che all’anima, giorno per giorno, dà morsi da cane. Ma, a volte, la tempesta si placa e il paradiso, diversamente dall’Angelus novus di Klee, non si impiglia nelle ali, per cui il volo è consentito. Succede così che i pigmenti celesti, il giallo tenero che richiamano affetti ancestrali: la terra nel turgore della spiga bionda di grano e il grembo delicato e misterioso della donna, diventano allegri,dialogano tra loro e ancora una volta l’incanto della vita e della speranza si rinnovano, in “letizia del futuro” come dice Michelangelo in una sua poesia. Trebisacce, lì 13.3.2008 Gianni Mazzei
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